mercoledì 28 dicembre 2011

La Pastora, il Teatro ed un Paese con Ilaria Gelmi

Ilaria Gelmi in "La Pastora"
Gli incontri di civico47 sono in continua trasformazione, seguono le cose, i cambiamenti, bisogni e visioni rinnovate.
Torneremo ad incontrarci nella convivialità di una casa, ma il momento storico e sociale del paese in cui nasce civico47, San Costanzo, ci chiede di uscire fuori di casa per allargare, per raccontarci coralmente, coro di una comunità che se integra e intera non lo è può diventarlo.
Lo spettacolo "La Pastora" risponde alla visione di civico47 di una partecipazione attiva e creativa per la tenuta in salute di una comunità in continua trasformazione compiuta da individui liberi che scelgono il loro presente ed il loro futuro anche attraverso lo stare insieme.
Con l'intenzione in tasca di creare cultura, cultura che può nascere quando almeno due individui s'incontrano veramente, incontrarci a teatro e vivere insieme l'esperienza dell'ascolto di una narrazione e la partecipazione attiva e concreta alla continuazione della storia è un'occasione per essere presenti e fautori della nostra stessa comunità. 
Comunità allargata e che si allarga per ogni nuova entrata, da cui le uscite sono strumento e ricchezza al pari delle entrate, strumento di riflessione e ricchezza di trasformazione. Prendiamoci lo spazio in cui arricchirci coralmente di  molteplici conoscenze, sollevando la diversità a  valore fondante di una comunità che cresce e che intende creare cultura per mantenersi in salute.


 Lo spettacolo “La Pastora” di e con Ilaria Gelmi (attrice teatrale, cinematografica, televisiva e scrittrice di testi teatrali)  vede tessere la narrazione della nascita di Gesù, con gli occhi di una donna, posati sul tema della solidarietà umana, con la compassione di colei che della semplicità del suo stato ne fa  dono prezioso da offrire, al pari dell’oro, dell’incenso e della mirra.
La nostra terra è espressione di semplicità.
La semplicità è lustro in ogni zolla di terra coltivata che sostiene e accomuna. E di umana compassione, la nostra gente ricorda il senso delle cose, condividendolo come la cosa più naturale possibile, al punto che non c’è bisogno neanche di parlarne.
E’ naturale essere solidali a San Costanzo, la vicinanza delle storie personali ancora lo permette. Civico47 si pone nel momento  in cui comincia ad esserci il bisogno di esserne consapevoli.
La socialità cambia, si arricchisce di nuovi volti e di nuove storie e affinchè la si possa ancora ritenere una ricchezza, ci vuole un momento in cui fermarsi  e chiedersi  “chi siamo, cosa stiamo diventando?” .
Mantenere aperta la possibilità della solidarietà, presuppone che la comunità sia consapevole di sé stessa, e in questo modo cresca.
La creazione della cultura è un passo fondamentale per non perderci ed isolarci, per accettare la trasformazione e diventarne attori responsabili e consapevoli  e “La Pastora” viene a ricordarcelo, 
come fa un nonno che racconta il suo passato, insegnando così , dove risiede il naturale senso delle cose, così come un Cantastorie che narra avventure di altre terre e di altri tempi. E’ l’arte della narrazione di cui tutti siamo portatori e ascoltatori, che può tessere quel complesso ricamo che è la storia umana che si rinnova ad ogni racconto. Così viva e rigenerativa, la narrazione connette a tutti i tempi dell’uomo: il presente, il passato ed il futuro.
Una storia narrata ad un insieme d’individui, è una comunità che si riconosce.
Questo forte anelito è stato portato e accolto pienamente dall'Amministrazione Comunale di San Costanzo che ha sostenuto e finanziato tutto il progetto. E' anche un regalo poter incontrarci a teatro e non spendere nulla perchè l'Amministrazione ha fatto sua la visione condividendola totalmente.
Con gratitudine che è parola che accomuna, comunità di parola,  a Margherita e a Filippo, sindaco e assessore alla cultura di questo nostro paese.

A domenica 8 gennaio alle ore 17 al Teatro La Concordia di San Costanzo con "La Pastora"!

Ilaria Gelmi in "La Pastora"



giovedì 22 dicembre 2011

I pellegrinaggi della minuzia



                                   La minuzia è lingua per lo sguardo.
                                   La minuzia è il linguaggio della poetica dello sguardo,
                                   il bisbiglio visionario dei paesi,
                                   fango impastato 
                                   del discorso tra me e la terra dei paesi.

Foto di Francesca Perlini  

Foto di Francesca Perlini

Foto di Francesca Perlini

Foto di Francesca Perlini

Foto di Francesca Perlini

Foto di Francesca Perlini  

Foto di Francesca Perlini

Foto di Francesca Perlini

Foto di Francesca Perlini

Foto di Francesca Perlini

Foto di Francesca Perlini

Foto di Francesca Perlini

 Foto di Francesca Perlini  

Foto di Francesca Perlini  

Foto di Francesca Perlini

  

Foto di Francesca Perlini

sabato 17 dicembre 2011

Un microcosmo, Belvedere Ostrense

Belvedere Ostrense, foto di Francesca Perlini

C'è un microcosmo che si chiama paese
il luogo più vicino alla molecola della convivenza
cellula staminale della società, più della famiglia
che s'è frantumata per rinnovarsi e che trova
dentro le mura il più delle volte fuori le mura
lo spazio per ritrovarsi o lasciarsi
ricostituirsi nuova.
Il paese, microcosmo più silenzioso,
per questo forse
meno distante dalla verità.
Riti come gesti
gesti che son riti,
il taglio dei capelli dal barbiere cuce 
la piazza 
fondamenta di civiltà
a tempo.
Noi che vi abitiamo, nei paesi,
r-accogliamo il moribondo
lo smemorato che ha perso
l'identità volendo diventare ciò che non è,
cittadina città.
Siamo una civiltà a tempo
i due euro del parchimetro
son quasi finiti.
Togliamo le auto dalla piazza
sediamo sui gradini della fontana
raccontiamoci chi siamo.







lunedì 5 dicembre 2011

Paesi di zolfo


Drago a Montesecco (foto di Francesca Perlini)


...Lungo la strada non devio per Arcevia all’altezza di Nidastore, la piazza di Avacelli può aspettare. La provinciale che sto percorrendo è il sentimento del momento, il binario morbido della mia ricerca e la fatica che mi porto dentro ne viene rinfrancata. Non lascio la provinciale.
Mi arrendo allo stimolo momentaneo, al cartello bizzarro, ai nomi delle località, al rudere lasciato in pace, a paesi lungo la provinciale come filari di cipressi.
A Madonna del Piano prendo a salire a destra seguendo un cartello che indica Montesecco. La strada è rotta da frane e smottamenti e penso a quanto debbano essere friabili queste comunità e comincio a farmi un numero tale di domande che ne rimango stupita. Non ne ho mai così diverse. Sto in silenzio sia dentro che fuori, eppure avvicinandomi a Montesecco non ho che domande.
Mi fermo poco prima della frana e ammiro il paese che è aggrappato sul versante opposto. Starei qui più tempo se non fosse per un freddo che s’insinua ovunque, potere della forza di rottura su cui appoggio i piedi. Entro in paese e c’è una vitalità che capisco poco prima di andarmene. E’ un paese di donne.
A me bastano le quattro donne che incontro, non voglio sapere chi sono gli altri tredici abitanti secondo Ivonne o tre secondo Maria...

                                                                                                                       Piccolo stralcio dal racconto "Paesi di zolfo" 


sabato 19 novembre 2011

Sommesse promesse

Marc Chagall
                                                                                

Arrende la pancia
invecchia la micia
s’intima nell’incavo
del mio sonno fetale
sfiora, richiama una
carezza la coda
sulle mie mani promesse
in sposa a fertili speranze. 


giovedì 17 novembre 2011

Paesi murati, Loretello San Pietro Palazzo

Palazzo (foto di Francesca Perlini)

...Palazzo di Arcevia dista qualche chilometro, tenendosi sempre sollevato sul crinale che ogni tanto si fa roccioso. Decido che è l’ultimo paese in cui vado oggi. Il calcare bianco della porta d’accesso al paese è presagio di altra desolazione e una lastra di pietra a chiudere la buca delle lettere dell’ufficio postale che non vedo, è conferma che oggi incontro solo paesi murati. I cartelli qui sono al contrario, mettono buona speranza per chi fa affari sulla vendita dei paesi, “Venduta” è la casa in piazza. Svenduta come una femmina nella tratta dei sogni infranti. Fino ad oggi avevo visto paesi in vendita, oggi trovo il risultato del mercato e non so perché, ma m’immagino che sia stata una donna ad attaccare quel cartello. Felicità moderna.
Continuo a camminare tra vicoli vuoti e persiane chiuse. Cerco dettagli per salvare quell’infelicità a cui mi sono arresa, come il luogo più intimo che ho e che non sarà mai in vendita. Son dei piccolissimi orti terrazzati, congiunti da un labirinto di scalini ripidi che mi fanno sentire di nuovo a casa. I fili stesi da un orto all’altro con panni di diversi cognomi,  son fili stesi alla speranza di una famiglia che s’è allargata a comunità sopravvissuta. Su questo filo metto ad asciugare gli abiti della mia fuga, sospesa per il tempo del sole. Trovo una patria in bilico e provvisoria in cui posare gli occhi per riposare.
                          
                                                                                             
                                                   Piccolo stralcio dal racconto "Paesi murati, Loretello San Pietro Palazzo"

mercoledì 9 novembre 2011

Pozzuolo

A volte si ritorna sui propri passi, e non è tornare indietro.
E' rinnovare momenti che hanno segnato un'esperienza, felice o disgraziata.
Per una necessità di riscossa, ciò che m'interessa portare a presenza è la felicità, quella che ha radici in disgrazia, frutto maturo di un lavoro incessante, di fede fervente figlia, pianta del seme caduto nella gariga umana.
Di quel seme che non s'è arreso, perchè costituito della stessa sostanza terrena, fatta di terra arida e secca, è ammirabile il lavorio a cercar due vie, la discesa nella terra buia e la salita nella luce tra gli spiragli di pietra.
A tender l'orecchio il seme parla, della più semplice delle lingue:
"si fa con quel che c'è".
Le radici son poste, i mestieri della vita fervono e torno a riveder Pozzuolo.


Pozzuolo (foto di Francesca Perlini)


La Provinciale 103 è vuota. Vuota di auto per essere una strada, piena di tratti per fermarmi e camminarla.
Ricerco la curva, dopo la Pineta, da cui scoprii Pozzuolo. Ricerco il sussulto, lo stupore della prima visione e lascio l'asfalto per una prospettiva nuova.
La stessa, che scoprirò più tardi, essere stata di San Paterniano nell'atto di benedire il paese, ma Pozzuolo è benedetto da se stesso, s'è salvato dal degrado collettivo, è rimasto sposo fedele della terra che l'ha accolto. 
Rimango un tempo a camminare su questa strada bianca, c'è un piacere nei miei piedi che a tratti dimentica gli occhi e Pozzuolo al di là della stretta vallata. E' l'autunno nei piedi.
Ci penetriamo, non so più se son io a entrare nella terra o è la terra che penetra in me. E' la stagione fertile, è la stagione unita.
Può l'asfalto piantar semi d'amore? Può l'architettura gerarchica delle strade moderne costruire legami fedeli e duraturi?
Non è forse follia e allontanamento, l'autostrada della modernità?
Il mio seme arreso a questa terra, all'autunno dell'esistenza, ha radici profonde.
L'arresa è all'illusione di luoghi migliori, salvezza dallo sradicamento.
Mi sento di nuovo a casa.
Riprendo la via verso Pozzuolo e stavolta incontro qualcuno in paese, forse è la mia disposizione più serena, il desiderio di metter qualche parola nell'essere luogo, che necessita solitamente di silenzio e solitudine.
Un padre ed un figlio, Ennio e Gianfranco, mi raccontano che qui abitano una quarantina di persone. La terra non la lavora più nessuna famiglia. Solo qualche grande azienda agricola continua l'opera. Un venditore ambulante, di origini nord africane, col sacco di plastica legato alla bell'e meglio è salutato da Ennio, ed è il modo che mi tocca, una pacca sulla spalla "come va?"
Di nuovo torno a pensare che in questi piccoli luoghi, riparati dalle folli e difficili dinamiche dei grandi numeri, l'integrazione non esiste perchè è risvolto naturale di volti diversi. Si è integri dentro. Due padri si riconoscono, le stesse rughe, la stessa pesantezza, di un bastone uno e di un sacco di tappeti l'altro.
Per arrivare a Pozzuolo non cercate cartelli col suo nome, non ce ne sono. Armatevi di fiducia nell'istinto dell'orientamento. Se arriverete così, lo saprete rispettare questo luogo, e le uniche impronte che si troveranno dopo il saluto, saranno di quella colonia di gatti, che Stefania cura come suoi. Mi dice che qui, ogni tanto, qualche disgraziato (lo dico io, Stefania non usa nominarli) abbandona cucciolate di gatti e lei li raccoglie e li fa sterilizzare dal veterinario del paese vicino, "...altrimenti come faccio a sfamarli tutti?"
La scuola e l'unico genere alimentari del paese son stati chiusi trent'anni fa. 
La pluriclasse non era il meglio per genitori che pensavano si trovasse in un altro luogo, più grande e affollato, la giusta educazione per i propri figli. Come fargliene un'accusa? 
La miseria contadina di queste terre e l'incessante fatica a tirare a campare, devono essere state spinte sufficenti a lasciare quell'unica classe, a cercar speranza altrove.
Classe unica, con pochi bimbi di ogni età che s'aiutavano a crescere reciprocamente,
prima fra di loro, di orizzontali e verticali esperienze, solidali per parità di mondo, e poi con la maestra, baluardo di mondi diversi.
Ma la speranza quando spinge, involve, allontana, impoverisce.
Stefania ha le chiavi della chiesa, come Ennio. Le chiedo di visitarla e lei mi accompagna e mi ritrovo a pensare che potremmo essere amiche, ha una filosofia che conosco "qui sto in pace e se ho voglia di casino o di far la spesa in due ore vado e torno".
Mi mostra il quadro di San Paterniano che benedice Pozzuolo guardandolo da lontano e mi parla dei furti in chiesa.
Lasciando ancora tempo ad una sconosciuta, togliendolo alla pulizia della strada davanti casa come fosse sua, mi racconta gli aneddoti del fonte battesimale nascosto dietro il vecchio confessionale, che immagino, quest'ultimo, fosse di legno come nelle chiese del mio paese, inconfessabile nascondiglio di giochi da bambina.
E' ora di ripartire, ed è la prima volta che guardo le case, immaginandomi invecchiare dentro.


      
                                                                                               

domenica 6 novembre 2011

Con Don Aniello Manganiello a Osimo

Inseguivo Don Aniello da due anni, dalla prima volta che lo vidi, ma soprattutto ascoltai raccontare dalla televisione la sua esperienza di vita a Scampia.
Grazie ad una libraia, minuta e deliziosa, con una libreria a Osimo che è una favola vivente, ieri ho finalmente conosciuto Don Aniello e l'inseguimento s'è fatto incontro.


Don Aniello Manganiello (foto di Francesca Perlini)


A volte rifletto su quanto i luoghi siano importanti per far sì che un incontro sia buono. Penso alla geografia. Ai contorni, a quel che ci sta dentro, ai muri e alle facciate e a ciò che sta fuori, le vie e le piazze. Un confine che segna per sua stessa natura le periferie.
Salendo verso Osimo, il pensiero rimbalza tra il luogo e l'incontro con Don Aniello. Mi chiedo cosa li possa legare, e la risposta è lì, la più ovvia, la mia esperienza.
Prima di arrivare alla libreria Il Mercante di storie, nome che evoca, che apre, una scatola come uno scrigno di giochi segreti che vien solo voglia di starci dentro, passeggio per la cittadina. Stavolta non son sola, due amiche mi accompagnano. Solitamente è la dimensione solitaria e silenziosa che cerco, come una necessità per "essere luogo". 
La natura del viaggio che di un incontro umano si tratta, ha fatto sì che questa esperienza si sia aperta subito ad una condivisione, ad una compartecipazione.
Cammino per le vie, in un saliscendi continuo, con l'ansia del poco tempo a disposizione prima dell'incontro. Mi riprometto di tornare, con la luce del giorno a rischiarare questi angoli che la corsa appiattisce nell'ascolto. Io e Osimo ci ridiamo un appuntamento, una seconda possibilità.
Arrivo, arriviamo all'angolo di una piccola piazzetta adiacente a Corso Mazzini, la libreria è lì, le luci delle piccole finestre al primo piano sono accese, il richiamo si fa fanciullo nelle mie gambe e mi ritrovo a correre e a entrare di getto.
E' come nella mia immaginazione, piccolo, intimo, una narrazione continua, ogni bimbo e bimba di tutte le età son pensati qui. Mi sento a casa e son felice.
Stabilisco subito con Tiziana, la libraia, una simpatia, forse è empatia ma non so per cosa, e ripenso all'importanza dei luoghi rispetto agli incontri. 
Parliamo di progetti, di idee e vorrei che questa libreria fosse nel mio paese.
Salgo la piccola scalinata, al primo piano l'aria è di attesa, sta per accadere qualcosa d'importante.     
Don Aniello arriva e comprendo che con lui ogni luogo va bene per incontrarsi, il carisma, anche solo della sua faccia, lo crea immediatamente, perchè lo crea dentro, intimamente. 
Ci salutiamo come se ci conoscessimo da sempre, i confini ci sono ma le porte sono aperte, credo che sia la portata della sua esperienza a creare un'intimità che declina impegno civile e fratellanza.
Nel giro di pochi minuti la saletta si riempie e le parole, che chiamo unite perchè provengono dal laboratorio della vita, cominciano a muoversi dalla bocca di Don Aniello.
Mi son chiesta molte volte cosa renda un uomo o una donna esempi per altri uomini e donne, la domanda non ha mai risposte certe, l'apertura a rivisitazioni e ripensamenti non crea dogmi, seppur c'è un pericolo, la creazione del mito.
La forza dell'esperienza riporta i pericoli a zero, le intenzioni di un uomo si fanno terra sotto i suoi piedi e strada da percorrere, scelte da compiere e azioni che diventano fatti.
Colgo Don Aniello in questo e l'istituzione della chiesa, quella fatta invece di dogmi e potere che presta le sue mani a qualsiasi forma di sfruttamento e manipolazione, son due mondi tanto distanti quanto vicini.
La distanza è evidente, basti conoscere Don Aniello per saperlo, ma la vicinanza non è immediata da comprendere.
Mentre il racconto di Don Aniello continua, mi chiedo come possa rimanere dentro quell'istituzione ecclesiale (non tutta, ma una parte sufficente per "cacciarlo" dopo 16 anni di buon lavoro da Scampia) che ha combattuto contro di lui al pari della camorra. 
Ecco la vicinanza: Don Aniello la chiesa la cambia da dentro.
"Per amore di Scampia non tacerò", doveva essere il titolo del libro che stringo forte nelle mie mani, Don Aniello non tace, come non lo ha fatto Don Peppino Diana ("Per amore del mio popolo non tacerò" documento diffuso a Natale 1991 in tutte le chiese di Casal di Principe e della zona aversana da Don Peppino Diana e dai parroci della forania di Casal di Principe) non presta il silenzio, il corpo parla perchè è esperienza.
Dell'anima incarnata, una certa chiesa ne ha fatto scorporamento, scettro di potere dalla privazione del piacere, mentre ogni uomo sano e libero sa che un'anima senza un corpo non è nulla in questa vita, e pure Don Aniello lo sa, chiesa come corpo, processi educativi come anima.
"Solo la denuncia e l'educazione alla legalità non bastano. Ci vuole la qualità della vita" dice Don Aniello, e quella qualità è lavoro, legami, benessere e piacere. Senza corpo non è possibile, l'anima da sola non basta. 
L'incontro termina, Don Aniello torna a Napoli. S'è preso un anno sabbatico ed è tornato da dove una certa chiesa lo ha allontanato, "...intanto mi prendo un anno, poì chissà...", un uomo libero lo rimane sempre.
Ci salutiamo che è un arrivederci, per me una promessa verso me stessa a rimaner libera nel mio corpo.


                                                                                


Rizzoli ha deciso che "Gesù è più forte della camorra" fosse il titolo del libro di Don Aniello Manganiello con Andrea Manzi. Merita la lettura al di là delle scelte editoriali: http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/autore/manganiello_don_aniello.html

Intanto visitate il sito del Mercante di storie, poi andateci col corpo!  http://www.ilmercantedistorie.it



giovedì 3 novembre 2011

D-Istanti scolpiti



                                                "Paesaggio marchigiano. Il trologo" di Osvaldo Licini


Ci son cose che 
non riesco a ricordare
non le ho messe nel cuore.
Son cose
forse persone
forse luoghi
forse momenti.
Le richiamo
ma non so cosa amo
non le ho messe nel cuore.
Le invito 
per tenerle in vita
non vengono.
Non le ho messe nel cuore.






venerdì 28 ottobre 2011

Valdivertica

Valdivertica (foto di Francesca Perlini)

Questa è la storia di uno scambio e di due vecchie biciclette dimenticate nel mio garage, uscite dallo sguardo dell'ancora utile, divenute peso ingombrante di cui liberarmi.
Ma in fondo è solo una questione di occhi, di cosa c'è dietro lo sguardo, su cosa si prende la mira per ammirare o per distruggere.
Oggi mi muovo per incontrare un nuovo amico. Cristian Tava mi aspetta a Valdivertica, contrada che insieme alle tradizioni del luogo antico è abitata da due famiglie, una è la sua. 
Famiglie che hanno fatto scelte di vita importanti.
Percorro verso l'interno (che continua ad essere l'unico luogo interessante per me) la Strada Provinciale 424, del fiume Cesano gemella diversa per direzioni e intenzioni.
L'animo è ansioso per l'incontro. Ad attendermi non c'è solo un luogo, con cui avrò il silenzio e l'intima solitudine per conoscenza. Ad attendermi ci son vite che valicheranno i confini della mia intima solitudine, e quell'interrogativo e imbarazzante dubbio su come avvicinarmi. 
Linea lenta, di tonde morbidezze, di direzione perfetta è il fiume Cesano.
Linea certa, di continui e infiniti traguardi, di ritorno più che di andata è la Provinciale Cesanense.
Linea ignota, seppur da stabilire è quella di confine. Confine umano.
All'altezza dell'abitato di San Filippo sul Cesano, volto a destra seguendo le indicazioni per Orciano. Dopo poco meno di tre chilometri di tornanti, Valdivertica indica di lasciare la via conosciuta, per deviare su vie nuove. L'ansia aumenta e i confini si fan più vicini.
Mi fermo sul viale alberato che precede il borgo. Lo sguardo si sdoppia, le suggestioni in coppia, come quasi sempre mi succede sui crinali. Il deserto coltivato, quel paesaggio di fine ottobre, prepotentemente marrone di terra nuda, che al grido sommesso di esser ricoperta di verdi manti discreti, l'uomo operoso ha risposto con orrende case sparse degli anni nuovi, quelli venuti dopo l'ultima guerra. Guerra che si è fatta paesaggio.
Il doppio, due paesi vicini a rimbalzo di collina, Mondavio e Orciano, che con i loro campanili spingono lo sguardo a sollevare, ad alleviare dalle oscenità umane con scene alte, d'anelito verso l'Altissimo a pregar perdono e salvezza.
L'ora dell'incontro si fa pronta e arrivo al borgo, dove ancora una volta il senso delle cose presenti sconvolge il precedente. E' la bellezza ad accogliermi. 


Valdivertica (foto di Francesca Perlini)


Il salto è alto, la vertigine dello stupore mi sorprende ed il sorriso di Cristian che mi viene incontro mi rassicura e mi riporta a terra. 
In quelle pietre di una piccola chiesa con la canonica di mattoni accompagnata, mi ricordo che l'uomo è anche questo, capace di straordinaria armonia e ascolto con la terra su cui posa la sua pietra.
Vengo accompagnata dalla generosità di Cristian, a conoscere il suo intento di vita con questa terra. Non so se sia più il luogo o Cristian a raccontarmi che qui la solidarietà sta di casa. E' un dialogo tra loro, di un'intimità talmente rispettosa, da sovvertire con una tale naturalezza, quello sbandamento del mondo moderno.
Mi sento di nuovo a casa, ed il senso di gratitudine non fa che sciogliere quell'ansia da confine che m'inquieta da sempre.
L'orto che è sinergico, unione di energie nate dal sodalizio d'intenti, sia del seme che dell'animo umano, sembra farsi da solo, senza sforzo, senza forzare la vita che cresce da sola. La vita nasce, cresce e muore. C'è da sforzarsi perchè accada? In questo borgo che Cristian e gli altri abitanti amano chiamare solidale, c'è la risposta. 
Una risposta talmente ampia da esser scatola nelle parole di Cristian. Scatola in cui chi viene possa mettere il suo seme e dell'aiuto reciproco crescere, attraverso un contatto diretto con la terra in cui viene posato.
Già secoli addietro dei monaci hanno vissuto questo lembo di terra. Ci voglion piedi attenti e curiosi per riconoscere la vocazione dei luoghi e immagino che un monaco durante una solitaria camminata, si sia seduto nell'avvallo che guarda verso il Cesano, all'ombra di aceri campestri e che si sia meravigliato della bellezza della sua nuova preghiera. Preghiera che nel suo animo s'è fatta ispirazione e guardandosi attorno non abbia fatto altro che constatare che si trovava nel posto giusto e al momento giusto, a casa. E che sia corso dai suoi fratelli ad annunciare che il Sacro si era manifestato e che potevano finalmente lasciare quel vagabondare alla ricerca del luogo in cui fermarsi.
Le famiglie di Cristian e di Alfredo rinnovano lo spirito del luogo e ascoltandoli rinnovano anche loro stessi. Così come le due vecchie biciclette, che col mio unico sguardo eran da buttare per la limitatezza del senso di proprietà. Qui hanno ripreso vita. 
Perchè il morente, il desueto e l'abbandonato quando passano attraverso la solidarietà umana riprendono vigore e si trasformano in continuità e rapporti franchi e diretti.
Me ne vado dal borgo con la sensazione di aver trovato un'altra piccola isola in cui sentirmi a casa. Nello scambio ci ho guadagnato più io.


                                                                                               
Se volete visitare il Borgo Solidale di Valdivertica: http://www.borgosolidale.net/



mercoledì 19 ottobre 2011

Montedoro



Montedoro (foto di Francesca Perlini)




Dell'umana ricerca, Montedoro si fa sentinella e protettore.
Percorro la strada della Bruciata, che per le cartine è la strada provinciale 19  nel comune di Monterado.
Il fiume Cesano scorre alla mia sinistra, lo riconosco, non lo vedo. La pianura appiana e nega allo sguardo il paesaggio. Son gli indizi di salici e di pioppi in fila, che mi raccontano di una terra bagnata lungo una linea. Non può che essere un fiume. 
Le case son poche, ristrette nella poca terra che resta tra il mare ed il fiume, e la collina subito ripida. 
Sì, perchè il Cesano è quasi prossimo all'incontro finale col sale, che disperderà quell'acqua che nella fantasia di bambina posso bere, in un acqua che lascia di scorrere e si fa onda. 
Il mare Adriatico. Mare che mi chiama ad ogni onda che s'infrange, perchè non resta per sempre e non se ne va per sempre, ogni volta muore per ritrovar nel rovescio dell'inquietudine la forza di risorgere e ripartire. Adria è uno dei miei nomi. Nome che mi è stato offerto, quando uno solo non poteva essere sufficente per chiamarmi. Ci volevan tutti i rami dell'uomo e della donna che si son incontrati per nominare il frutto nuovo e sconosciuto del loro amore. Ad Adria è dato il compito di chiamare il tormento e l'inquietudine. 
Mi sento a casa.
Tra il chilometro 24 e 25, la strada di Montedoro è segnata. Una quercia roverella, che chissà da quanti decenni sta a guardia della salita, accompagna e dichiara la natura di questa terra, la voce si fa forte dall'alto dei suoi anni e l'orecchio vigile la coglie: 
"Questa è stata terra di boschi, di ombre e di riposo, di silenzio e di acque che s'incontrano. Son stata scelta da mano umana, a sopravvivere, a ricordare. Io son Memoria".
La strada sale stretta. Salgo piano, non mi bastan gli occhi per guardare la stretta valle del fosso che porta lo stesso nome della collina, Montedoro. Sarà per la pendenza e per gli spazi angusti, che Memoria non è più sola. Lembi di selve, fitte e maestose, come solo le querce son capaci, mi rimettono in pace. Ricevo l'assoluzione dei miei peccati per appartenere alla stessa specie che ha negato, tagliato, soggiogato e deciso il destino della naturale vocazione di questa terra. Non più selva fino alla Germania, ma campi e oliveti. Pur belli e dispensatori di cibo, ma nati da una natura limitata, quella umana, che non sapendo cogliere la perfezione naturale, non può far altro che ridurla per comprenderla.
Una piccola chiesa, rurale per il luogo, è un invito a fermarmi e la sorpresa di trovare un campo per sagrato, è di quelli che desidero di più, perchè inaspettato.
Il silenzio e quasi il nulla son ambasciatori della terra che cede morbida sotto il poco peso dei miei piedi. Un altro invito, che vien dal basso, ad arrendermi, a lasciare quell'inquieto perchè di ogni cosa, che tormenta e mente alla verità delle leggi dell'universo. 
Arresa che è abbandono del mio nome e della mia storia, mi strugge quel morbido gratuito del momento che è stato solo duro nel corpo del mio passato, e qui, attorno ai miei piedi, la terra si fa materna, unguento per le ferite. 
Chiedo ai miei piedi di non tirarsi in dietro e di ricevere tutta la protezione di questo ammanto e di continuare a camminare fino alla cima di Montedoro, dove c'è una piccola croce di ferro, piantata come una spada, in una pietra che sembra intagliata in uno scoglio.
Montedoro con la sua sparuta altezza, guarda di fronte il mare, alla sua sinistra la valle del Cesano, popolata e industriata nel lavoro umano, e alla sua destra la piccola valle scavata dal suo fosso, solitaria e silenziosa.
L'energia di questo campo ha bisogno di pazienza per svelarsi. E' il tempo della poesia. 
Non sarà un caso, che nel mese di agosto si raccolgono a convitto, poeti e animi dediti all'ascolto, a declamare nel buio delle stelle la parola, simbolo e metafora della vita.
L'oro, l'incenso e la mirra son doni per chi è nato. Montedoro ne offre il quarto, la terra che genera la parola che si fa poesia. 
Del resto, questa è una storia di nomi, dove immagino Montedoro come il quarto Re Magio, scomparso dalle leggende per mettersi al riparo dall'abuso umano.
Giungere in questa terra non è stato facile, perchè ricevere il dono della parola che si fa poesia, ha richiesto l'umiltà di farmi uguale, non diversa. 
  
                                                                                                

domenica 2 ottobre 2011

Il Re e la Madonna a Reforzate



Reforzate (foto di Francesca Perlini) 


Ci son giorni in cui le uniche strade che voglio incontrare son bianche. 
Di solitudine e silenzio, non può che essere il bianco, il colore che mi indica una strada verso cui deviare la guida, a lasciare quell'asfalto che porta sempre allo stesso posto.
E la direzione non può esser verso il mare. Non è il blu.
E' il ricordo recente di una serata inaspettata che mi attira. 
Risalgo verso Sant'Ippolito, seguendo in bilico il crinale morbido delle colline, come una ninna nanna d'estate.
Poco prima di Sant'Ippolito un'indicazione solitaria, e capirò dopo perchè, devia a sinistra, a spingersi in una più ripida salita. Reforzate.
E' un gatto che m'accoglie, e se s'incontra un gatto per primo, sai che c'è un paese.
Qualcuno è rimasto, arroccato e tenace, a tener il fuoco acceso per chi è partito a cercar fortuna. Il segnale a ritrovar la strada verso casa.
Camminando per le poche vie, son le voci e gli odori di sughi che sobbollono da ore, a tenermi compagnia. 


Reforzate (foto di Francesca Perlini)


Sì, ore. Solo in quel tempo gli ingredienti si mescolano a ripercorrere la vita di una campagna semplice e affaticata, dura e generosa d'intimi contatti con le zolle che dispensano basse il senso del lavoro. 
Immagino tagliatelle fatte ancora in casa, a tirar la sfoglia che di perfette tondità le donne son ancora capaci, raccogliere, accogliere in sé, quel sugo che è un racconto antico.
Da dietro scuri socchiusi, a riparar da un sole di fine settembre che incalza, dimenticando di farsi autunno, mi sento invitata a tavola, in quella famiglia allargata che è la semplicità.
Semplicità, che qui è di casa.
Vi è mai capitato di trovare un orto in piazza? Qui c'è.


Reforzate (foto di Francesca Perlini)


E due panchine, all'ombra di un gelso che di addii ne ha consolati per qualche generazione, stanno a fianco dell'orto. L'invito a sedere è di quelli a cui non posso dir di no e mi ritrovo a godere di tutto il desiderabile possibile. Vi assicuro, qui si può guarire la malattia dell'illusione.
Incastonate nei muri di pietra arenaria che è un incanto, ci son Madonne della stessa pietra.


Reforzate (foto di Francesca Perlini)

Di pietra, eppur tenere come mamme opulente, di una sabbia tenuta assieme dall'amore che qui diventa tenacia, forza, a tener salde le partenze dei figli, per quando torneranno genitori e magari nonni di nuove generazioni che s'allontanano sempre di più da quell'orto, che oggi sembra l'ombelico di un mondo. Il mondo di Reforzate.
Dalle mura, alte sulla vallata, che di severo non hanno neanche la porta, mi perdo a guardare questa terra, che narra con la sua memoria, del sudore della mia gente, che di quel liquido contadino è fertile. 


Sant'Ippolito visto da Reforzate (foto di Francesca Perlini)


Un senso di struggimento, profondo e lieve, mi coglie prima della partenza, e riconosco ogni addio che qui s'è consumato, con la speranza di ritrovarsi un giorno, magari all'ombra del gelso, che di pazienza e consolazione s'è fatto madre, ma qui a Reforzate s'è fatto prima Re e poi Madonna.


                                                                                           

domenica 25 settembre 2011

Al Vento la tua memoria, Fiorangelo



Rock balancing di Michael Grab
foto di Michael Grab
                                                    


Oggi penso a quelle sculture che s'incontrano quando andiamo a camminare in montagna.
E tu, Fiorangelo, di camminate in montagna ne hai fatte tante.
Un sasso sopra l'altro in un equilibrio precario eppur così solido.
Il più delle volte son state mani di uomini diversi a sovrapporle.
A incontrarle, queste sculture, sono un invito a partecipare,
senza nulla sapere di chi è passato prima.
E in quel gesto di appoggiare la pietra a cercar l'equilibrio, perché stia, non cada,
incontriamo i sentimenti di chi prima ha appoggiato la sua pietra.
E ad ascoltar bene, anche di chi ha solo ammirato. Ha guardato con passione.
A ben guardare oggi, le sculture di pietra riflettono il senso della vita.
Ogni scultura una vita, ogni scultura l'incontro di più vite.
Arriverà il vento, la neve e di nuovo il sole.
Chissà se quella scultura sarà ancora al suo posto.
Ma che importa in fondo.
I sentimenti legati a quel gesto di mettere la propria pietra insieme ad altre,
sarà stato il vento a renderli immortali, la neve a proteggerli ed il sole a farli vibrare nel cuore di tutti coloro che l'hanno posata.
E tu, Fiorangelo, hai appoggiato la tua pietra.
Buon vento.



sabato 24 settembre 2011

giovedì 22 settembre 2011

Risvegli




Come la gemma
che spunta dal pioppo tremulo.
Come il guscio crinato
del pulcino.
Come il vagito potente del neonato.
Come la luce vibrante
della prima stella in cielo.
Come l’alba
del sole primordiale.
Così il mio cuore,
all' Amore.



domenica 4 settembre 2011

Viaggio intorno a un luogo: "angelicamente Serrungarina".

Lasciando la Flaminia, con Fano alle spalle e Roma per orizzonte, dopo qualche decina di chilometri dalla cittadina fanese si svolta a destra. Risalendo tornanti, sarà per quel leggero capogiro che mi viene ogni volta che incontro una curva in strada (ma nella vita è lo stesso), mi ritrovo come a oltrepassare un gate, un salto spazio-temporale. C'è qualcosa in questa terra che è come è sempre stata. Quel passato raccontato dai nonni, qui è presente, con qualche cenno di modernità, ma di questo ne racconterò poi.
In realtà sto andando a Serrungarina per una mostra fotografica. 
E' il titolo che mi ha attratta "Viaggio intorno a un luogo". Perchè quel viaggio che punta lo sguardo sempre verso lo stesso luogo, erroneamente lo si pensi noioso e ripetitivo. I nostri contadini, mia nonna lo era e la sua famiglia d'origine, erano zen senza saperlo. Gli stessi gesti, ogni giorno alla stessa ora, divisi e ripetuti per le quattro stagioni dell'anno.
Eppure nulla di uguale, nulla di scontato. Guai a farsi sfuggire l'attenzione, la perdita sarebbe stata troppo grave per la già misera vita familiare, fatta di poche cose, di miseria e del poco profitto dei raccolti. La mezzadria incombeva, metà a me e metà al mezzadro, col fattore nel mezzo a tenere la precaria contabilità.
Dopo appena due chilometri di salita, ecco il paese dentro le mura e una sorpresa, c'è una festa.
"Son venuta solo per una mostra e mi ritrovo una festa!"
Il vigile col cappello è lì, sulla curva a controllare poi chissà cosa, ma è in compagnia di qualche anziano, non è solo, perchè una chiacchiera rende il lavoro più leggero e lo nutre di senso. Ogni momento è buono per far relazione, per raccontare qualcosa a qualcun'altro che ha voglia di ascoltare.
Entro nelle mura del paese e appena chiedo informazioni su dove si trovi la mostra fotografica, la signora al tavolo delle offerte mi indica la direzione e aggiunge che c'è la Festa della Pera angelica, che si svolge ogni anno in questo periodo dell'anno.
Serrungarina (foto di Francesca Perlini)


Nella stanza della Pro Loco, organizzazione onnipresente nei comuni della campagna marchigiana, il caldo è insopportabile, ed è un bene perchè decido di fare un giro in paese e tornare quando si sarà svuotata ed il paese è lì, pazientemente pronto a farsi scoprire.


Serrungarina (foto di Francesca Perlini)


I musicanti stanno preparando gli strumenti. Non è festa se non si balla e di questa semplice saggezza i paesani son consapevoli, come quanto sia conviviale mangiare tutti assieme, così ad ogni angolo piazzetta e slargo ci son tavolate e panche che attendono ancora vuote chi risponderà al richiamo della Pera angelica ed alla festa in suo onore. 


Serrungarina (foto di Francesca Perlini)


La sala si è svuotata, il rinfresco ha assorbito le attenzioni dei presenti e le fotografie son finalmente sole ed io con loro.
Ecco che torna quel senso di entrare in un mondo che conosco, potere della fotografia di evocare, di trasportare in un qualche luogo, appunto, "Un viaggio intorno a un luogo". E gli occhi son di svariati fotografi.
Il luogo è Serrungarina stessa, la sua campagna ed il lavoro che la rende tale.
Foto di ordinaria vita di paese, in cui un gatto non può mancare e se è nero tutte le leggende son rispettate e Wilson Santinelli ne fa un ritratto onorevole.
Alberto Tallevi è coraggioso, impietoso fotografa il brutto, lo squallore e l'incuria, quei muri scrostati e intonaci ammuffiti. Una denuncia e una tristezza, una resa al tempo e un richiamo a riprendercelo, e la bellezza nascosta da qualche parte.
Gli stessi scorci li guarda anche Annamaria Pompa, ma le sue istantanee diventano narrazione, escono dal momento fissato e cominciano a raccontare una storia. 
Hanno quella qualità delle opere d'arte, parlano ai più, nel modo più personale e unico possibile. Non è più solo Serrungarina. E' ogni paese che s'incontra nell'anima di chi guarda.
Da sola reggerebbe una mostra. Non la conosco e magari lo ha già fatto.
L'andar per vie con lo sguardo che si ferma all'angolo è sia di Michele Campanelli che di Gianluca Locarini.
Come ogni paese che si rispetti, i panni vanno stesi fuori, ma non lavati in pubblico. Operazione più intima, perchè lo sporco è intimo ed è meglio che rimanga in famiglia. Daniele Ranieri ne dà mostra, insieme a quell'usanza tipica della aver fiducia nel prossimo, di sedere in strada e di portare anche un'altra sedia, perchè arriva sempre qualcuno prima o poi.
L'integrazione nei paesi è nelle cose, non se ne parla quasi. Sarà forse per i numeri esigui, sarà anche per quella capacità tutta rurale di assorbire, creata da gente che ha conosciuto la fame e se ne ricorda ancora, un velo non scandalizza nessuno e un odore di cucina sconosciuto non scompone e prima o poi qualche donna al genere alimentari chiederà la ricetta. Maurizio Vizzini ferma una donna col velo in testa che scende la scalinata del paese.
Scalinata presente in altre fotografie. 
Scalinata che è una cerniera. 
Me ne accorgo camminandoci. Difficile per quei denti ordinati che interrompono malamente il passo, perfetta per chiudere ed aprire la vita che ci scorre, dall'alto al basso e ritorno. Dal campanile alla scuola elementare in basso, fuori dalle mura, estremi dentro i quali la cura dello spirito ha diverse declinazioni.
Da destra a sinistra, o come si desidera, camminando per anelli paralleli, dimenticando per qualche passo il fiato corto che viene a vivere in collina.
Serrungarina (foto di Francesca Perlini) 


Giacomo Antognoni e Mirco Cheli riprendono quel passaggio generazionale, anche un pò stereotipato del nonno e del bambino, il più delle volte nipote. Ma qui è continuità, è nelle cose come l'esser tutti uguali davanti Dio, e va bene lo stesso se chi lo prega lo chiama Allah, l'importante è che si preghi e che ci sia qualcuno o qualcosa più grande. A ricordare sempre che polvere eri e polvere tornerai e che con i piedi piantati a terra c'è più possibilità di trovare il modo di arrivare a fine mese.
Mirco Cheli ha il pregio o l'ironia, a me ha fatto piacevolmente sorridere la fotografia "Ritratto con badante e nonna in carrozzina" (di titoli non ce ne sono, a me è piaciuto darne alcuni). Non so se la signora di mezza età, in passerella con alcuni anziani, sia la badante dell'anziana donna in carrozzina. So solo che a me lo ha fatto pensare e del resto queste donne sono più cerniera della scalinata di Serrungarina. Sulla loro pazienza e dedizione si tengono in piedi famiglie intere, che altrimenti la follia dei ritmi odierni smembrerebbe in tempi brevissimi.
Fuori dalle mura le stalle con i buoi di Paolo Alberto Del Bianco, il pollaio decisamente povero con una gallina sola che spaesata non è in tanta miseria di Alberto Tallevi e la damigiana della solita Annamaria Pompa, che anche solo con un oggetto parla più di un discorso.
Chiudono la mostra i paesaggi, la ruralità di una società contadina che di giorno "sgobba" di lavoro e che di sera si ritrova su quella sedia vuota messa lì per riposar le membra e sciogliere nei racconti la fatica e forse le preoccupazioni di una vita con lo sguardo in basso, perchè le zolle stanno lì e son dure. Santinelli Ranieri e Giraldi ce ne danno una ricca carrellata. Per chi volesse, la mostra sarà visibile fino all'11 settembre, Serrungarina in provincia di Pesaro per molto ancora.
Me ne torno a casa, con un cesto di Pere angelica e un'ultima sbirciata a quelle fotografie nascoste in uno degli anelli del paese, dove ogni matrimonio è una promessa e dove una certa Eleonora con Alberico si son promessi amore eterno nel 1932.